Se c'è una cosa che difficilmente riesce è tenere testa a Matteo Gabbianelli. I suoi gesti, le sue parole, i suoi concetti schizzano da una parte all'altra proprio come il suo impeto artistico. C'è chi lo conosce come fonico, chi come cantante, chi come batterista..a noi interessava essenzialmente il suo profilo più insano e più malato: quello umano. Nelle vesti di un quasi-padre, ci ha detto molto circa la sua esperienza personale e sul mondo della musica emergente più in generale...
Partiamo dalle tue esperienze nel mondo della musica...hai avuto modo infatti di suonare in cover band, progetti di musica originale e, da tempo, possiedi uno studio di registrazione. Come ha cambiato tutto questo il tuo modo di approcciarti alla musica?
Qualsiasi cosa ti forma come musicista e soprattutto come persona. Certamente tutte queste esperienze mi hanno influenzato, ma come ogni altra cosa! Come un buon libro, come un'esperienza di vita, come una fregatura... e lo studio di registrazione è un po' come ascoltare dischi. Cosa che oltretutto non faccio più così spesso; preferisco leggere un libro!
Hai mai pensato, vista la tua esperienza in studio di registrazione, di creare un' etichetta discografica?
Sono consapevole di non averne le possibilità; prenderei solo in giro la gente, e non mi piace.
Hai avuto però la possibilità di affacciarti al mondo della discografia italiana. Nel 2000 infatti al tuo precedente gruppo, i Silversei, è stato proposto un contratto con la Sony.
Proprio per questo dico che non amo prendere in giro la gente; c'è già chi lo fa abbastanza. Bisogna stare ben attenti, capire quanto puoi prendere da un contratto discografico e quanto invece devi dare. Oltretutto abbattiamo il mito delle case discografiche! Oggi non servono più, oggi possiamo muoverci come meglio crediamo grazie ad internet; fare quello che vogliamo e proporlo al pubblico in modo efficace. Dobbiamo crescere dal basso, e se il progetto è già avviato e ha già consensi saranno i produttori a venire da te.
Diffidate sempre di chi cerca di vincolarvi, i produttori seri sono quelli che lavorano per progetti circoscritti e a breve termine.
E parlando dei concorsi musicali?
Che siano gratuiti! Sempre e solo gratuiti. E se in palio c'è un contratto (contrariamente ai soldi) non ritirate il premio: non fatevi prendere in giro! Quello che conta è l'esperienza.
Ti sei mosso spesso all'estero..quali sono le differenze più evidenti che hai notato rispetto alla scena musicale italiana?
Ho apprezzato in particolare la Germania, dove ho notato che c'è più voglia e piacere di ascoltare musica nuova senza giudizio, cosa che in Italia non avviene.
E allora per cosa vale davvero la pena fare musica in Italia secondo te?
Vale la pena fare quello che si vuole e si sente. La musica come qualsiasi cosa. E mai farlo per un obbiettivo, mai avere troppe aspettative. Quello che conta è che tu viva il momento.
Veniamo a te nello specifico...perché il nome Kutso?
Kutso è una parolaccia camuffata, un gioco di parole. Diciamo che non ha un vero significato, potevo chiamarmi in qualsiasi modo. Un nome vale l'altro.
Cos'è che ti spinge a scrivere un pezzo nuovo?
Principalmente scrivo canzoni per sentirmele! Mi emoziona riascoltarle, soprattutto perché scrivere è anche un modo di esorcizzare, trasferire su carta certe cose.
Nei tuoi testi però ti prendi spesso in giro, con grande ironia...
Ma sì, l'ironia è un buon metodo per svelare la completa relatività delle cose. Il vero argomento dei miei testi è la vita, e la musica è soltanto lo strumento attraverso il quale parlarne.
Mi piace sorprendere, mi piace quello che stona. Mi piace l'apertura totale verso qualsiasi tipo di opinione e credenza, che può essere sempre smentita o seguita. D'altronde non ci sono delle vere regole quando niente è niente, possiamo fare tutto.
Cos'è che ti influenza in quello che dici e in quello che suoni?
Le mie letture recenti stanno influenzando molto il mio modo di vedere la realtà. Marx, Bakunin, Erasmo da Rotterdam, Nietzsche svelano proprio l'assenza totale di regole e la relatività di ciò che ci circonda.
Musicalmente invece seguo molto la teatralità di Giorgio Gaber, e poi tutto il rock grezzo degli anni '90; sono cresciuto con i Nirvana. Apprezzo però anche l'allegria e la spensieratezza di certi gruppi come i Beach Boys. La mia musica tutto sommato nasce proprio dall'unione di elementi che non c'entrano niente l'uno con l'altro.
C'è qualche artista italiano recente che apprezzi particolarmente?
Mi piace molto Caparezza.
Veniamo all'EP “Musica per persone sensibili”. In base a cosa hai scelto proprio questi quattro pezzi rispetto ai tantissimi altri presenti sul tuo sito?
Sono i pezzi più recenti e quelli che mi piacciono di più, che mi rispecchiano di più...le canzoni fotografano sempre la mia crescita e il mio vivere in società, e in questo periodo mi sento rappresentato da questi pezzi in particolare.
Ma questo Kutso è un po' un tuo alter-ego?
No, sono proprio io. Sono io che amo sorprendere, mettere in evidenza una certa relatività delle opinioni e un certo squallore e spirito borderline quotidiano. E' tutto molto spontaneo.
Un'ultima domanda! Progetti futuri?
Scrivere canzoni, e ancora canzoni. Cercare chi ci stampi il disco. E soprattutto continuare a dare fastidio.
- Daniele Coluzzi e Valerio Cesari -
Commenti
+1 Paolo Ercolani 2011-03-14 16:39 #2
+1 Paolo 2011-01-20 17:23 #1