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03 Ott

Qui è come l'inferno con la luce del giorno - Intervista a Valentina Lupi! In evidenza

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Valentina Lupi Valentina Lupi

Valentina Lupi, giovane e talentuosa cantautrice nostrana, è attualmente al suo secondo lavoro in studio, "Atto terzo". Dopo l'esordio del primo album, "Non voglio restare Cappuccetto Rosso", concerti in tutta Italia ed esperienze con diverse etichette discografiche, ci racconta, durante la serata di Degni di Nota del 4 settembre a Lariano, il suo punto di vista sulla musica italiana ed emergente.

Citiamo testualmente una tua canzone "qui è come l'inferno con la luce del giorno".  La frase descrive un pò il fare musica in Italia?
In un certo senso si! In realtà quando scrissi quella canzone fu nel 2001,per ricordare il dramma dell'11 Settembre. Vidi il primo aereo abbattersi sulle torri e rimasi colpita al punto da scoppiare a piangere. Ho realizzato dopo quanto stava accadendo, metabolizzando la situazione: sono rimasta amareggiata dalla demonizzazione non solo dell'Islam ma proprio del 'diverso'. Fu la prima volta in fin dei conti che una cosa del genere riguardò l'occidente: fu come un 'risveglio' perchè pensai a quanto spesso, tutti i giorni, cose del genere accadono nel resto del mondo non destando altrettanto il nostro stupore. La locuzione 'inferno di giorno' racchiude questo: il quotidiano, l'orrore che ti si palesa alla luce del sole a tal punto da spingerti a chiederti se sia tutto reale o meno. Se vogliamo poi legarlo alla musica indipendente italiana, la situazione è molto dura perchè le case discografiche (ed io l'ho vissuto sulla mia pelle) investono principalmente sui talent e sugli artisti affermati.

Ci sono però alcuni artisti indipendenti  (Verdena e Ministri su tutti) che hanno fatto esperienza con major e non ne danno un racconto poi così negativo. Come ti spieghi questo fatto?
Personalmente non rifiuto quel mondo, mi piacerebbe. Il problema è che ogni qualvolta sono entrata in una major mi è sempre stato chiesto di 'cambiare'. Ricordo ancora che una volta, portandomi l'esempio di Vasco Rossi, mi chiesero di scrivere canzoni come se fossero slogan: l'obiettivo, secondo loro, era quello di convincere più persone possibili. Ho provato due volte un’ esperienza del genere ed è sempre stato quello quanto mi chiedevano: forse io non ero abbastanza forte, contrariamente ad altri gruppi. Tenete conto che per una cantautrice il tutto è anche più difficile: ci sono locali nel circuito musicale indipendente che si ghettizzano a tal punto da non includere il cantautorato nei loro palinsesti. Se a tutto ciò unite il fatto di essere anche donna, c'è un handicap ulteriore.Ciò nonostante il mio genere, che è un ibrido che oscilla tra il teatro e la musica, mi permette di muovermi piuttosto bene. Le major cercano costantemente di trovare qualcosa di 'nuovo' che somigli però a qualcosa di 'vecchio': il fatto è che certi riferimenti musicali, sono stati costruiti nel tempo e non da subito.

Oltretutto un artista emergente, seppur all'inizio, può anche non avere tutti i torti nel pensare che Vasco Rossi piuttosto che Gianna Nannini non abbiano magari più nulla da dire..
Su questo non sono d'accordo: ogni età ha qualcosa da comunicare e col tempo si cambia. Io stessa risentendo le mie prime cose noto una differenza sensibile: penso che ognuno abbia sempre qualcosa da dire. Il problema casomai è saper difendere quanto si ha da dire e comunicarlo nel modo giusto: alle volte non ci si vuole neanche far comprendere.

Esiste un'alternativa?
Certo. Personalmente la mia 'alternativa' è suonare e farlo continuamente senza troppe pretese: io poi mi rifaccio ad una serie di artisti che non hanno avuto successo immediatamente. Pensiamo a Vinicio Capossela, ad esempio. Se avessi cambiato qualcosa, magari il mio percorso oggi sarebbe differente,mi è capitato di stare 'nel mezzo',ma non sarei stata io,era una forzatura e mi sentivo fuori luogo. Per rifarci al titolo del tuo primo disco 'Non Voglio Restare Cappuccetto Rosso' ti chiediamo nel mondo della musica italiana chi è 'cappuccetto rosso' e chi sono i 'lupi'.
Credo che tutti noi siamo a volte dei 'cappuccetto rosso' e a volte dei 'lupi'. Con quell'album io ho voluto esprimere tante cose: il lupo è la nostra parte malata, che ha fame di successo e di potere. E' il nostro ego, il nostro buio. In quasi tutte le canzoni ciò che denunciavo era la volontà di non voler credere a certe favole. Non voglio comunque demonizzare troppo il mondo musicale: penso che se vali e sei credibile vai avanti comunque,anche quando provano a metterti i bastoni tra le ruote. Riconosco che per me, in quanto donna, può tutto risultare più difficile. C'è però fermento, ci sono festival e realtà che mi danno ampi spazi e con i quali mi trovo benissimo.

E parlando invece del tuo ultimo album "Atto Terzo"?
E' un cd riscritto interamente da capo, in quanto la prima stesura comprendeva pezzi che ho poi messo completamente da parte.Sono andata incontro ad un periodo della mia vita in cui ho avuto una necessità impellente di fermarmi e col tempo ho capito come le 'vecchie' canzoni non mi rispecchiassero più, scegliendo così di scriverne nuove. Tutta questa premessa è evocata anche dal nome dell'album che, nei fatti, non rappresenta la mia terza uscita ma la seconda. Forse un giorno farò uscire anche "Atto Secondo", un pò come accadde con "Fleurs" per Battiato!

Hai avuto un'esperienza indiretta col Festival di Sanremo (tagliata fuori prima delle finali): secondo te per un artista emergente italiano quella è una piattaforma consigliabile o converrebbe comunque virare verso altre mete a prescindere?

No, assolutamente. Io penso che si possa fare musica in qualunque contesto, presentandoti con la tua personalità e difendendola. Se hai una storia, se hai delle radici, se sei credibile (e ovviamente fai bella musica) alla gente arriva. Potessi, rifarei però tutti gli anni l'esperienza del 'Primo Maggio'! Non sono contro comunque..                                                                                                                                           
In una recente intervista hai dichiarato che stare sul palco ti spaventa più ora che quando avevi 18 anni. Come mai? E' un 'banale' discorso di responsabilità maggiori?
Più cresci e più ascolti musica, leggi libri, conosci e più ti rendi conto di essere più 'piccolo',ho dei punti di riferimento alti. Salendo sul palco mi sale la paura di non raggiungere mai quei livelli e questo si unisce comunque alla mia timidezza di base: il palco è la palestra tramite la quale cerco di superare le mie impasse...

- Daniele Coluzzi e Valerio Cesari -
Ultima modifica Lunedì 03 Ottobre 2011 18:17
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