Qualche strilletto vagamente hard-rock sfugge ogni tanto, ma nel complesso i pezzi sono supportati da una buona qualità di arrangiamento, di ricerca melodica e di composizione.
Molto facile è far partire un toto influenze: Bon Jovi (soprattutto la traccia “If”), Alice in Chains (soprattutto nella traccia “Bamboo”), addirittura i The Script, gruppo irlandese protagonista delle classifiche pop-rock degli ultimi anni, soprattutto nel singolo “Anything Else”. Passando a discorsi più produttivi, possiamo notare però che, per merito della voce o dei suoni, ben realizzati, si respira un'atmosfera di buona professionalità. Soprattutto nelle ballate, dove la band rende al meglio, evitando di scivolare in luoghi comuni e riuscendo a mantenere una qualità abbastanza alta.
Un piccolo appunto necessario: serve davvero cantare in inglese? La pronuncia non è delle migliori, e i pezzi risultano assolutamente indeboliti da un testo che, di fatto, non può essere compreso a pieno; magari, in italiano, le canzoni risulterebbero anche più originali, correndo meno il rischio di rimandare a tanti, troppi gruppi del passato.
Quanto, nel mercato discografico contemporaneo, un album del genere può acquisire consensi? Quanto può funzionare? Tutto sommato non ci interessa. L'importante è scrivere dei bei pezzi, e gli Avekey sanno farlo.
- Daniele Coluzzi -
